INTERIUM SIGILLI

 


Vox quae manet post ruinam


Esiste

un punto—


tra il respiro

e la resa—


in cui il corpo

smette

di difendersi.


Lì

prendo forma.

Non come luce concessa.


Come qualcosa

che il fuoco

ha lasciato vivo.


Ho imparato

il linguaggio

delle stelle morte.


Il loro modo

di continuare

a bruciare


anche dopo

la scomparsa.


Per questo

porto il desiderio

come una reliquia.


Non per fame.

Per memoria.


Ogni carezza

ha lasciato

una nuova liturgia

di rovina.


Ogni addio

ha inciso

nuove costellazioni

sotto la pelle.


E adesso—


quando qualcuno

mi sfiora—

non sento

le mani.


Sento


tutto ciò

che potrebbe

andare perduto.


C’è una luce

che non appartiene

al cielo.


Nasce

nel momento esatto

in cui qualcosa

si spezza


senza morire.


L’ho vista

negli occhi

di chi non era nato

per sopravvivere

all’amore.


Alcuni corpi


nascono già

con l’assenza

dentro.


Nelle bocche

rimaste socchiuse

dopo la fine

della preghiera.


Nel silenzio

immobile


delle cattedrali

vuote.


Anche il dolore

inginocchiato


diventa

forma sacra.


Somiglia

a una porta socchiusa


nel cuore

della notte.


A una voce

che pronuncia

il tuo nome


come si invoca

qualcosa

che non dovrebbe

tornare.


Io non appartengo

alla salvezza.


Appartengo

a ciò che resta

dopo.


E forse

il dolore più grande


non è essere dimenticati.


È ricordare

con precisione


come ci si sentiva


quando qualcuno

ci guardava


come se meritassimo

di restare.


Alle anime

che continuano

a cercarsi


pur sapendo

che la luce

avrebbe chiesto sangue.


Esistono amori

che non chiedono

di essere vissuti.


Chiedono soltanto

di lasciare

una ferita

abbastanza profonda


da diventare

eternità.


Siamo

rovine ancora illuminate.


Corpi attraversati

da una luce

troppo viva

per restare.


Ali spezzate

che conservano ancora


la memoria

del cielo.


Cammino

tra reliquie vive


in silenzio.


con il fuoco

che pulsa lento

sotto le costole


e il buio

tenuto piano

tra le mani,


come si custodisce

una luce

destinata

a divorarsi da sola.


Sed etiam nunc—

ardeo.


E in questa fiamma

che non salva,


che non assolve,

che non dimentica—


riconosco

ciò che continua

a bruciare


anche dopo

la mia scomparsa.


Lux manet in vulnere.

Et vulnus manet in me.


© Cursed_poet_lumen

✶ Deylel